La civiltà di un popolo si misura dal rispetto verso gli anziani

18 05 2008
“A puntella” è il nipote maschio quando porta lo stesso nome e cognome del
nonno. Naturalmente se si tratta di una femminuccia deve portare il nome
della nonna. Io sono stato molto fortunato perché ho due bellissimi
nipotini, anche se un poco rompiscatole ( come il nonno). Il maschio si
chiama Catello Nastro, come me, la femminuccia Rosanna, come la nonna. La
prima nipotina ha quasi sei anni, il maschietto solo due anni e mezzo.  Il
sabato e la domenica, ma anche negli altri giorni della settimana
sono “reperibile”, quando lo consentono i miei “altissimi” impegni
culturali, per accompagnare i nipotini all’asilo, a ginnastica, ai giardini
pubblici, a fare una passeggiata sul porto, a fare il giro del paese,
eccetera. Naturalmente  questo rappresenta per me una grande gioia, anche
perché, quando abitavo a Torino, i miei figli li ho visti poco ed ho passato
poco tempo con loro perché dovevo provvedere al sostentamento della famiglia
e cercare di arrotondare lo stipendio di professore che, senza dubbio
alcuno, non permetteva di condurre una vita decente di…docente.  Quando
tornavo dalla scuola, un’ora dopo il pranzo, lavoravo in una casa editrice
ad un libro d’arte che ha rappresentato, per me, il trampolino di lancio nel
mondo dell’arte non solo piemontese, ma addirittura internazionale. Nel
1973, infatti, ho pubblicato il “DIZIONARIO INTERNAZIONALE ARTISTI
COMNTEMPORANEI”. Un volume d’arte di circa due chilogrammi che mi ha fatto
conoscere nell’ambiente artistico nazionale ed anche (modestia a parte)
internazionale. Per fare tutto questo lavoro, e quegli altri che si sono
susseguiti nel corso degli anni, ho trascurato di passare il tempo libero
coi miei figli: Carmine ed Alfonso che ora fanno gli antiquari ad Agropoli.
Sono cresciuti in fretta.  Il primo è il papà dei miei nipotini, il secondo
è quello che oggi definiscono un “bamboccione”.  Un giovane che ha
oltrepassato il terzo del secolo, ma che non ha preso ancora la saggia ( o
insana) decisione di convolare a giuste nozze. Forse perché, ai giorni
nostri, la reperibilità di certe cose (capisce a mme’!) è diventata cosa
semplice e normale. Una specie di offerta speciale dei supermercati,
insomma!!! Oggi, la nonna dei miei nipotini, cioè mia moglie, e la mamma dei
miei nipotini, cioè la moglie di mio figlio, cioè mia nuora, hanno deciso di
fare delle pulizie nel giardino. Nonno e nipoti, quindi, fuori dai piedi!
Vecchia Fiat Punto; destinazione: parco pubblico di via Taverne ad Agropoli,
naturalmente. Il sabato pomeriggio il giardino è affollato di bambini e di
nonni e nonne. I bambini sull’altalena, sugli scivoli o sul dondolo, i
nonni, inesorabilmente, sulle panchine.  Sulla mia panchina è
già “parcheggiato” un nonno.  Faceva il cuoco…abbiamo parlato per un’ora
intera di cucina e di gastronomia. I nipotini sono sempre a vista d’occhio,
dopo il tentato rapimento nel napoletano di una bambina lasciata per un
attimo sola a casa. Il terrore ha colpito i genitori, ma ha addirittura
terrorizzato i nonni. “ Nonno, voglio andare sul dondolò, ma è già occupato.
Nonno voglio l’acqua frizzante. Nonno voglio le patatine. Nonno quella
bambina mi ha guardato storto!!!” Ed il nonno, in estemporanea, deve trovare
tutte le risposte. E nel mentre il nonno viene intervistato dai nipotini ed
interpellato su argomenti di interessi internazionali, mi si avvicina un
bambino, della stessa età del mio nipotino omonimo, mi guarda ed
esclama: “Nonno!!!”. La mamma si scusa per l’affermazione del
figlioletto. “Lo scusi. Non ha il nonno!!!” Ricordo ancora, a distanza di
poche ore, lo sguardo affettuoso di quel bambino, che mi ha fissato negli
occhi e mi ha chiamato nonno. Mi sono commosso che a stento ho trattenuto le
lagrime. In tutta la mia vita, anche quando mi sono laureato, anche quando
mi sono sposato, anche quando mi hanno nominato cavaliere al merito della
Repubblica Italiana, anche quando ho ricevuto, il 20 giugno del 1982, le
congratulazioni, nella mia scuola, del Ministro della Pubblica Istruzione,
per la mia attività di insegnate, anche quando ho stretto la mano, nella
Sala Nervi a Roma, a Sua Santità Giovanni Paolo II°, non mi sono sentito
importante. Un bambino  che mi aveva visto per la prima volta   ai giardini
pubblici, mi aveva chiamato nonno. Mi sono sentito importante. Quasi non
fossi solo il nonno dei miei nipotini, ma dei nipotini di tutto il mondo.
Amateli i nonni!!! Essi rappresentano il passato, ma anche la speranza per
il futuro. Una giornata di sole che sta per tramontare, ma anche una alba
radiosa per quelli che vengono dopo di lui. Un mondo fatto di guerre e di
violenza, ma anche una speranza di fratellanza e di pace. Una strada che
finisce, ma anche una strada che sta per incominciare. Con una navigatore
satellitare che spesso si chiama “nonno!”.  Amateli i nonni. Essi hanno
bisogno dell’amore e dell’affetto dei bambini!!!.
Catello Nastro




LA CUCINA DEL MEDIOEVO

29 02 2008

 

Nel Medioevo non esistevano i supermercati, e nemmeno i discount alimentari, e nemmeno le salumerie, e nemmeno i panifici, e nemmeno i fruttivendoli.

Insomma nel nostro paese non esisteva il commercio coi soldi.

Esisteva, al contrario il baratto: tu dai una cosa a me ed io do una cosa a te.

I prodotti alimentari erano veramente importanti: se malauguratamente si arrivava in autunno e la dispensa era vuota, erano veramente cavoli amari.

Nel Cilento mille anni fa si applicava la dieta mediterranea.

La carne la mangiavano solo i ricchi, i poveri verdura, frutta e farinacei.

Tra le pietanze caratteristiche dei meno abbienti troviamo, la zuppa di fagioli, di ceci, di fave secche, la polenta e poi ogni tipo di verdura cotta.

Il pane naturalmente era alla base di ogni pasto.

Ma non pensi il lettore che allora si mangiava ogni giorno il pane fresco, magari la rosetta o lo sfilatino.

Il pane (li vascuotti) si faceva una o due volte al mese e se non si consumava tutto, anche i pezzi minuscoli, non si metteva a fare l’altro.

Molto spesso capitava che andava a male e per non buttarlo alle galline si faceva lu pane cuotto nei qualche si poteva aggiungere anche un filo d’’lio: naturalmente chi se lo poteva permettere.

La frutta secca, i fichi, in particolare modo, dovevano fornire in autunno e inverno la maggior parte delle calorie zuccherine.

Altra frutta secca erano anche le albicocche, le noci e le nocelle, la mandorle ed un ruolo importante avevano le prugne secche che servivano per incentivare gli stitici ad andare di corpo.

Molto spesso quando si sbagliava la dose procuravano una solenne cagarella.

Nelle grandi feste si ammazzava la gallina che veniva quasi sempre bollita per parecchio tempo, perché le galline che si ammazzavano in quel tempo erano quelle che non facevano più le uova e quelle che non facevano più le uova erano le galline vecchie e durissime.

E siccome gallina vecchia fa buon brodo ma non fa più l’uovo il bipede pennuto finiva nel pentolone a cuocere per ore  sul fuoco del fucone.

Quasi tutti avevano anche il maiale vicino alla stanza da letto che seppur non procurava l’aria condizionata pur tuttavia procurava salsiccie e capicolli, soppressate e longa da mangiare con le fave fresche a Pasqua.

Nella cucina del Cilento nel Medioevo non mancava quasi mai il vino che doveva fungere anche da riscaldamento incorporato.

Più faceva freddo più si beveva vino: chi non l’aveva o gli era andato d’aceto beveva l’acqua del pozzo che a quei tempi era quasi sempre bevibile perché l’inquinamento non era stato ancora inventato.

Infatti per trovare l’inquinamento bisogna aspettare quasi un millennio ed ora ringraziando i nostri industriali abbiamo pure quello.

Un’altra invenzione che dovette aspettare quasi un millennio fu quella del congelatore.

I cibi venivano conservati salati, pepati, con peperoncino, seccati.

Molto spesso venivano attaccati da animali piccoli come la mosca o più grandi come la zoccola e più grandi ancora come il gatto o il cane.

Il mio cane la settimana scorsa nella tavernetta s’è mangiato circa due metri di salsiccia stagionata che mi aveva regalato un amico di S.Maria di Castellabate.

L’unico a trarne vantaggio sono stato io che ho il colesterolo alto: il cane non ha il colesterolo alto ma in compenso s’è mangiato le salsiccie.

Nella cucina del Medioevo non si trovava la  televisione e così tutti potevano mangiare tranquilli senza vedere il telegiornale e la sera se ne potevano andare a letto senza vedere Pippo Baudo.

In tale maniera non avevano nemmeno modo di vedere Carramba che sorpresa con Raffaella Carrà, ma comunque avevano il vantaggio di andare a dormire non appena faceva scuro e quindi avevano molto tempo per poter fare i bambini.

Le donne del Medioevo la sera prima di andare a letto potevano vedere il fuoco che scintillava nel camino, ma siccome lo spettacolo era sempre lo stesso e non si poteva nemmeno girare canale se ne andavano a letto e lì vivevano felici e contenti fregandosene altamente anche di Incantesimo e del Festival di S.Remo.

Vivere nel Medioevo era meglio di adesso.

Io non lo so perché pur essendo vecchio sono nato solo nel secolo scorso  durante la Seconda Guerra Mondiale e non durante la Seconda Crociata.

Oltre a mangiare e bere, nella cucina si chiacchierava anche e si teneva pure la nonna che raccontava sempre le stesse favole ed il nonno che rompeva le scatole alla nonna.

La nonna non lo poteva mandare all’ospizio perché anche questi non erano stati ancora inventati.

 

Catello Nastro www.catellonastro.it

 

 

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LA FOTOGRAFIA - di catello nastro

17 02 2008

Cicerale, anni ’50.  Un vecchio contadino va dal medico della mutua per farsi visitare perché ha un forte mal di schiena “’ngoppa a lu turzo re cora”, cioè nel fondoschiena.

Il medico lo visita accuratamente ma poi decide di mandarlo da un suo amico a Salerno per fare una radiografia alla bassa spina dorsale.

Il vecchio, che aveva circa sessant’anni, ed a quei tempi i contadini a sessant’anni erano già vecchi perché conducevano una vita dura in quando non avevano tutte le attrezzature ed i macchinari agricoli che ci  sono oggigiorno ed erano quindi costretti a lavori estenuanti anche durante l’inverno quando faceva freddo o in estate quando infuocava il solleone, si chiamava Giovanni, ma tutti nel paese lo chiamavano Giuvannino perché non era molto alto e nello stesso tempo era anche molto magro sebbene si diceva in giro che mangiava come un maiale.

Infatti una volta mangiò addirittura sei piatti di fusilli e cinque pezzi di castrato al ragù.

Giovannino non è mai uscito dal suo paese, è stato solo qualche volta alla fiera di Agropoli, a quella di Mercato Cilento, poi è andato anche a trovare dei parenti ad Eredita ed Ogliastro ed il viaggio più lungo che fece fu quando andò a passare la visita militare al distretto di Salerno.

Allora fu accompagnato dal padre col calesse ma siccome partirono di mattino presto per trovarsi in orario per la visita di leva, egli praticamente non aveva visto niente del capoluogo della sua provincia.

Alle sei e trenta, quando incominciava a fare giorno, Giovannino indossò i panni puliti perché il dottore che lo aveva visitato al suo paese gli aveva detto che probabilmente durante la visita a Salerno avrebbe dovuto spogliarsi e quindi era conveniente cambiarsi i calzini, le mutande e tutto il resto.

Il vestito del matrimonio gli andava ancora abbastanza bene proprio perché non era ingrassato di un grammo da quando si era sposato e quindi con una certa dignità il nostro Giovannino si apprestava a salire sulla vecchia e rumorosa corriera.

Verso le dieci la corriera arrivò a piazza della Concordia a Salerno.

Era il capolinea, scese, dopo che gli avevano detto che la corriera nel pomeriggio alle ore diciassette sarebbe ripartita da quel posto per fare ritorno a Cicerale.

Durante tutto il tragitto Giovannino stava con gli occhi spalancati verso il finestrino della corriera per ammirare il paesaggio.

Dopo Monte Cicerale erano arrivati ad Ogliastro Cilento e qui la corriera si era immessa sulla Strada Statale  18; dopo il bivio della Mattine erano passati per Paestum, quindi Ponte Barizzo e di poi per Battipaglia che si stava riprendendo e stava ricostruendo dopo lo sbarco alleato.

Dopo Belvedere arrivarono a Pontecagnano e di qui finalmente a Salerno.

Forse era il viaggio più lungo che aveva fatto in corriera.

Sceso dall’autobus chiese informazione ad un vigile dove si trovava piazza Garibaldi. Il vigile spiegò per ben tre volte ed infine il nostro capì.

Arrivò dopo aver camminato per circa un’ora a Piazza Garibaldi, qui incontrò un altro vigile che gli indicò il palazzo dove doveva andare.

Sulla porta c’era scritto “ Centro di radiologia S. Gennaro” ed il nostro capì che lì dentro avrebbero potuto fargli la radiografia.

Entrò e si trovò di fronte ad una bella signora dai capelli lunghi e dal camice bianco, anzi bianchissimo.

-          Dite. – gli disse la signora dal camice bianco appena lo vide entrare.

-          Scusati. Io vengo ra lu paese re Ciciralo, e cca’ m’ha mannato lu miereco re la mutua e m’a ditto ca m’avita fa la futugrafia a lu turzo re cora. –

-          Bene. Faccia vedere la richiesta che le ha fatto il medico. – disse la donna dal camice bianco sorridendo per l’ignoranza del nostro – e leggiamo cosa c’è scritto… –

La donna lesse attentamente il documento e poi disse:

-          Ecco, voi dovete fare la radiografia alla colonna vertebrale nel tratto basso lombare: Costa tremila lire. –

-          Ne’ signo’, ma io addò li piglio le tremila lire. Io songo puverieddo a fazzo lu cuntadino siccome tengo nu’ rulore a lu turzo re cora nun pozzo nimmeno fatiare. Nun me putisseve fa na’ futografia cchiù zeca ca costa re meno? –

-          Mi dispiace, ma non è possibile.  -  Disse la donna dal camice bianco – la radiografia o si fa o non si fa e se si fa mi dovete dare prima le tremila lire, se no andate da qualcun altro che è probabile che vi farà risparmiare. –

Giovannino, mezzo sconsolato perché aveva portato solamente due banconote da cinquecento lire con le quali al suo paese poteva vivere anche una settimana, pensò di trovare qualcun altro che gli avrebbe fatto il lavoro con meno di mille lire.

-          Scusati – disse ad un signore con la cravatta che incontrò in mezzo alla strada – io m’avesse fa na’ futugrafia a lu turzo re cora, sapisseve indica’ nu’ fotografo a buon prezzo. –

-          Guardo, proprio in quel palazzo, a cento metri da noi c’è un fotografo ed è anche bravo ed economico. Disse il signore con la cravatta.

Giovannino vide il negozio e capì subito che era quello che cercava perché aveva molte fotografie esposte in vetrina, mentre dove era andato prima, dalla signora col camice bianco, di fotografie non ne aveva visto nemmeno una.

Entrò, fece vedere la carta al fotografo, il quale capì che Giovannino era un ignorante anche mezzo tondo e gli disse che poteva eseguire il lavoro.

-          Scusati, ma quanto ve pigliati pe la futugrafia? –

-          Seicento lire e vi faccio quattro pose. -  Disse il fotografo.

-          Vui siti veramente nu’ bravo cristiano, la signora cu’ lu cammeso janco vuleva trimila lire pe’ na’ posa sulamente. – rispose Giovannino riconoscente.

Il fotografo già pregustava la gioia nel vedere il vecchio contadino cafone quando sarebbe tornato a casa e avrebbe fatto vedere la foto a qualcuno.

-          Adesso, buon uomo – disse il fotografo – abbassatevi i pantaloni, abbassatevi pure le mutande, poi chinatevi che io vi faccio una bella fotografia al fondoschiena. –

Allontanando un certo senso del pudore, tanto si trovava di fronte ad un uomo come lui, Giovannino si sbottonò i pantaloni e li abbassò, di poi allentò anche lo spago col quale manteneva le mutande e queste caddero giù di colpo ed infine quando decise che il suo fondo schiena sarebbe stato ben visibile, con tutte le sue vergogne appese, si chinò sul davanti.

-          Adesso fermo. State fermo un istante e non vi muovete che faccio in un attimo. –

Dopo dieci minuti il fotografo uscì dalla camera oscura e mise le fotografie dentro una busta di carta oleata che Giovannino s’apprestò a mettere al sicuro nella tasca destra della giacca.

Pagò le seicento lire, ringraziò il fotografo ed uscì.

Arrivò alla corriera che stava parcheggiata in piazza della Concordia con circa due ore di anticipo.

Se sedette al terzo posto sulla destra e schiacciò un pisolino: tanto avrebbe mangiato la sera a casa sua.

Inoltre la moglie gli aveva detto di non mangiare perché durante il tragitto poteva patire di stomaco.

Il mattino seguente nella piazza principale del paese incontrò il vecchio zio che gli chiese di vedere la radiografia che egli aveva fatto a Salerno.

Giovannino ritornò a casa, prese la busta e la portò allo zio che era anche mezzo veterinario perché curava gli asini, i maiali ed anche le capre.

Questi, che non ci vedeva tanto bene, infilò un vecchio paio di occhiali che si ricordavano la prima guerra mondiale e gli erano stati lasciati dal nonno buonanima, se li legò con lo spago dietro le orecchie e guardò la foto nella quale si vedeva chiaramente il deretano di Giovannino con gli attributi che pendevano nel centro.

Dopo aver guardato attentamente il vecchio zio così commentò:

-          Ma lu ssai ca si’ vinuto proprio bene: Si venuto paffutiello re faccia, ma lu nureco a la cravatta te lu si fatto troppo gruosso!!! –

Catello Nastro www.catellonastro.it

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poesia di Alfredo MULE’

16 02 2008

Poesia
Signore Noi ti preghiamo affinché il definirci “Cavalieri” ci aiuti ad essere una presenza sicura a cui ci si può rivolgere quando lo si desidera.
Aiutaci nel nostro essere Cavalieri e Dame a trovare la forza di donare la speranza a chi incontriamo e la fiducia, pregando il Signore, affinché ci illumini tutti dal buio e ci arricchisca con la Sua povertà.
Esaudisci o Signore, le nostre Preghiere, benedici questa spada, della quale questi tuoi servi desiderano cingersi, degnati di Benedirli con la destra della tua Maestà, affinché essi possano essere difensori dei più abbietti.
Prendiamo l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito Santo, Sposo di Maria, una spada fiammeggiante che si trasforma in torcia splendente per illuminare il cammino degli uomini verso un’alba foriera di pace, fratellanza, amore e sapere.
Combattiamo e preghiamo in ogni tempo, con ogni forma d’orazione e di supplica, per mezzo dello Spirito Santo.
Voglia il Nostro amato San Venanzio Fortunato farci incedere sempre a testa alta con la fierezza e l´onore di vero e fiero Cavaliere!
Possiamo portare onore alle Ns. famiglie, fama e gloria al Ns. Ordine!Il Priore del Piemonte
Alfredo MULE’

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agropoli - racconti - LETTERA D’AMORE RUSPANTE - di Catello Nastro

12 02 2008

 Cara Mmaculata,

ti scrivo queste quattro chiacchiere per farti sapere che noi stiamo tutti quanti benissimo e così speriamo pure di te medesima  e della tua famiglia e degli animali unitamente.

In questo giorni ti ho pensato sempre e non vedo il momento che andiassimo dal preveto per farci spusare.

Il mio patrimo e pure mammana hanno già priparato tutto l’occorrimento per lo matrimonio ed io spero che venga subbito anzi subbitissimo.

La notte non pozzo più dormere che penzo a te, quanno vaco a zappare penzo a te, quanno vaco nella stalla e vedo la mucca penzo a te, quanno veco la crapa penzo a te, quanno veco la cioccia penzo a te, pure quanno veco la porca penzo a te.

Ti mando questa lettera che è scritta dallo nonno che è molto isdruito e che ti manda pure li saluti suoi, perché io non saccio scrivere che songo alfabetico.

Pure tu, si tieni a qualchiduno che sape scrivere l’italiano, mandami una lettera che io me la faccio leggere dallo nonno.

La casa è già pronta: la camera da letto si trova dietro la stalla così avremmo pure l’aria condizzionata, lu cesso si trova vicino alla stanza a meno di venti metri, ma propriamente vicino a la casa ci stace una bella ceuza per gli bisognini piccoli.

A mangiare mangiamo tutti assieme, a lavorare  lavoriamo tutti assieme, a mungere li animali mungiassimo tutti assieme, sulo re notte stassimo solo noi due medesimo per facere quelle cose che spiegommi la nonna e che fanno pure lu zemmero cu’ la crapa, lu ciuccio cu’ la cioccia, lu puorco cu’ la porca e lu voio cu’ la vacca.

Faremo pure dodici figli e speriassimo che sarebbero tutti mascoli così ci aiuteranno nel lavoro dei campi.

Cara Mmaculata,

la summana scorsa avimmo acciso lu puorco  e la meglia supressata l’aggio cunservata proprio per te ma la nonna ha ditto che la puoi assaggiare solo doppo che simmo spusati.

Io penzo sempe a te: quanno veco la muntagna re lu letame penzo a te, quanno fazzo la ricotta penzo a te, quanno stavo cu’ lu faucione in mano penzo a te, quanno vaco a lu’ cesso penzo a te, quanno vaco a buttare la monnezza dinto a lu’ vallone penzo a te.

Io ti penzo sempre così come spero che pure tu medesima penzi a me.

Cara Mmaculata,

penziamoci sempre così saremo sempre penzierosi noi due medesimi.

Ti vorrei mandare una caciotta fresca ma tengo paura che quello mariulo del corriere se la magna per la via.

Ma ora ti lascio perché tengo un poco de intasamiento re stommaco e devo andare a lu cesso.

Salutassime tuo patre, tua mammeta, tuoi fratiti e tutti li animali  a cumminciare dal più intelligente: lu ciuccio lo quale anche se è più intilligente di me io lo stimassi sempre.

T’abbrazzo e te saluto tuo affezzionatissimamente

                                                                             Giacchino

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agropoli - poesia - I TUOI OCCHI RISPLENDONO - di catello nastro

12 02 2008

 

Eppure incominciano

a calare le tenebre

e la luce, stanca,

ritorna a dormire

nel suo letto di sabbia fine

col capo appoggiato

alla verde collina

per cuscino le siepi odorose

di mirto e biancospino

coltri le nuvole leggere.

 

Ninna nanna melodica

un coro di usignoli

interrotto – nota stonata –

dal verso sinistro di una cornacchia

insonne da un ramo all’altro

di un triste albero semispoglio

pensile albergo dell’ilare pennuto

lugubre nunzio di tristi presagi.

 

Solo i tuoi occhi, mentre dormi,

risplendono illuminando i tuoi sogni.

 

Catello Nastro www.catellonastro.it

 

 

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Agropoli - Poesia - E PACE SIA di Catello Nastro

10 02 2008

Mi guardi

ti guardo.


Mi sorridi

ti sorrido.


Mi porgi la mano

ti porgo la mano.


Mi abbracci

ti abbraccio.


Mi bagni la spalla

con le tue lagrime.


Non parlare.


Ho capito.

E pace sia.

 

Catello Nastro www.catellonastro.it

 

 

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Agropoli - Poesia - BAMBINI DEL TERZO MONDO di Catello Nastro

8 02 2008

Bambini senza favole

occhi senza sorrisi,

domani senza speranze,

apatia di un mondo crudele..

Ventri rigonfi di fame,

rattrappiti arti barcollanti,

volti scheletrici rinsecchiti

bagnati solo da lacrime.

E’ questa una vita di merda

di esseri umani definiti incivili

o forse è siffatto il nostro mondo

che consente consenzienti abbandoni.

Ed è l’iniqua globalizzazione,

percorso obbligato di una civiltà in declino

che mai potrà dirsi evoluta

finché ci sarà al mondo un bambino che ha fame.

Catello Nastro www.catellonastro.it

 

 

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Storie - AGROPOLI ANNO MILLE di Catello Nastro

7 02 2008

AGROPOLI ANNO MILLE

 

Il Medioevo nei paesi piccoli del Cilento ed in particolare modo in quelli dell’entroterra cilentano acquistava caratteristiche più accentuate proprio per la distanza che esisteva tra in paese e l’altra ed anche per la difficoltà delle comunicazioni.

Agropoli, pur essendo situata vicino al mare, non ne traeva assolutamente vantaggio perchè tutti quelli che venivano nel paese certamente non venivano con intenzioni pacifiche.

Basti pensare ai Saraceni che arrivarono dal mare e saccheggiarono più volte la città fino a quando, nell’anno 882 dopo Cristo si stabilirono addirittura nel castello e per alcuni decenni dettarono legge nel territorio.

Gli abitanti del posto, quindi, non sempre vedevano di buon occhio coloro che arrivavano dal mare e non appena scorgevano dalla torre di San Marco o dalle torrette del castello una barca non conosciuta, correvano a prendere le armi e rinchiudersi nel castello per opporre una eventuale resistenza.

In questi anni i paesi del Cilento assistettero all’arrivo del primi monaci basiliani che in verità furono molto utili al territorio: fondarono vari eremi in molti paesi attorno ai quali si costituirono alcuni centri che dopo secoli sono diventate delle vere e proprie cittadine

Costruirono, naturalmente con l’aiuto della popolazione del posti delle chiese bellissime ed artisti locali oltre che quelli venuti da fuori le adornarono con interessanti affreschi e stupende statue di Santi.

Mentre l’arrivo di questi monaci fu un fatto positivo per i nostri paesi, subito si verificò un fatto negativo: accanto a costoro arrivarono nelle nostre contrade dei malfattori che per sfuggire alla giustizia terrena nel loro paese, indossarono il saio e vennero a stabilirsi quì da noi.

Naturalmente fino a quando si comportarono bene furono bene accetti dalla popolazione, ma quando incominciarono a compiere della azioni non veramente caritatevoli, attirarono su di loro le ire del rozzo ma onesto popolo cilentano e subirono subito le tristi conseguenze dei loro misfatti.

Fra Cordone e frà Brachetta erano due di questi malfattori.

Non appena arrivarono ad Agropoli incominciarono a pregare come facevano tutti quanti gli altri monaci.

D’altro canto essendo stranieri molto spesso recitavano le preghiere nella loro lingua.

Naturalmente non conoscevano il latino e quindi predicavano in un frammisto di lingue strane che tanto gli abitanti del popolo non potevano contrastarli perchè appunto essi non conoscevano questo parlare.

Le chiese erano affollate ed ogni mattina, prima di andare a lavorare nei campi, tutta la gente del paese andava in chiesa per pregare assieme ai due falsi monaci affinchè il paese fosse sempre libero dalla presenza di cattivi soggetti.

Ma essi non sapevano che i cattivi soggetti li avevano in casa sotto false spoglie.

Fra Cordone, che era brutto come il diavolo, si era invaghito della moglie di Mastro Giacchino il porcaro, detto anche Sanapurcelle.

Egli non la perdeva un attimo di vista, voleva che lei si confessasse almeno due o tre volte la settimana e durante la confessione cercava di sapere il più possibile della vita coniugale della prosperosa moglie del Sanapurcelle di quello che il marito le faceva e di quello che lei faceva al marito.

- Se non ti purifichi con la confessione sarai destinata alle pene eterne dellinferno, dove si soffre in mezzo al fuoco o in mezzo ai ghiacci come quelli che vedi sul Montestella nei mesi invernali. Tu devi ascoltare solo la voce del tuo confessore e fare tutto quello che lui ti dirà. Ma ricordati che non devi fare parola alcuna col tuo consorte altrimenti attirerai su di te l’ira celeste, la rogna invaderà il tuo corpo e tu diventerai come un’appestata, piena di bubboni e nessuno al paese vorrà più avere contatti con te. Tutti ti allontaneranno e tu sarai costretta a vivere come una bestia in mezzo alla campagna di Trentova o sul Colle S.Marco lontano dai tuoi cari e dal paese tutto. Ascolta donna, non confidare a tuo marito

quello che io ho detto. Ora va in pace e ricordati di tornare da me domani sera sul tardi. –

La donna si ritirò a casa sua e pensò di confidarsi con la suocera e questa a sua volta si confidò col figlio, cioè il marito della donna che faceva il porcaro ed il Sanapurcelle.

  • Domeneddio Benedetto! Che tipo di frate mandasti in esto loco. Un frate porco più porco dei miei porci. Ma io giuro che se esso avrà comportamenti da porco come tale lo tratterrò. –

La sera seguente la donna si recò presso il frate per espiare i suoi peccati, ma fra’ Cordone invece di pregare, cercò di approfittare della ingenua donna che pur avendo paura delle ire celesti e di andare a soffrire le pene dell’ inferno, pur tuttavia non voleva soggiacere col falso e sporcaccione monaco.

Un urlo si alzò al cielo nel mentre fra’ Cordone cercava di fare violenza alla moglie del porcaro.

Questi che stava nascosto dietro una porta assieme ai suoi tre fratelli, porcari pure loro, non appena videro che il falso monaco voleva fare le porcherie con la moglie del porcaro che era anche loro cognata, lo presero e lo trascinarono su di un grosso tavolaccio.

Il porcaro caccio fuori dal fodero che portava sempre alla cintola il coltello che serviva alle sue operazioni sui porci e dopo che i fratelli denudarono il falso monaco egli si apprestò ad eseguire la solita operazione.

Era la prima volta che la compiva su un essere umano: ma tanto per lui era la stessa cosa.

Porco era il maiale e porco era pure il malfattore travestito da frate.

Il suo degno compare, fra’ Brachetta, porco pure lui, il giorno dopo, non appena seppe la notizia che il suo socio era stato evirato, scappò di corsa facendo perdere le sue traccie.

Fra Cordone, invece, restò al paese.

Tanto non poteva più insidiare le donne del paese, non poteva fare più porcherie.

Venne assunto dal Sanapurcelle che lo nominò anche suo assistente e se lo prese a vivere sotto il suo tetto, naturalmente dentro la stalla.

Oramai il falso monaco non poteva più nuocere a nessuno; finì la sua carriera di frate ed incominciò quella di chirurgo.

Imparò a fare l’operazione a sue spese.

Aveva deposto il saio ed aveva indossato gli abiti civili.

Ma per rispetto tutti gli abitanti del paese lo chiamarono sempre frate: ma non più fra’ Cordone, ma solo fra’ Sceppullo.

Questa è una storia dell’anno mille nel nostro Cilento.

I personaggi e gli interpreti sono puramente casuali, ma il fenomeno dei falsi monaci perdurò per alcuni anni e quasi tutti fecero una brutta fine!!!

Catello Nastro www.catellonastro.it





Agropoli - Storie Poesie e Racconti

7 02 2008

 

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